Una Strana Intervista ad Albert Einstein

 

Prefazione del traduttore

Ho ricevuto il carteggio di questa fantomatica intervista da uno strano signore, pieno di orologi, con cui mi sono imbattuto sotto la meridiana dell’ITIS Divini di San Severino, durante le vacanze di Natale 2004. Appena mi ha visto ha gettato il documento in terra ed è fuggito di corsa sbraitando che non poteva né toccarmi né essere visto da me e che proveniva dal passato. Sono convinto che fosse semplicemente pazzo. Anche perché, traducendo la sua cosiddetta intervista, mi sono reso conto che essa corrispondeva fedelmente a quanto riportato nella raccolta biografica “idee ed opinioni”, di cui ho le fotocopie prese da una vecchia edizione del 1958. Fanno eccezione alcune frasi, che potranno essere facilmente riconosciute come frutto della follia del poveretto.

Alfredo Tifi, 9 gennaio 2005

 L'immagine mostra Einstein con le gambe accavallate, senza calzini, mentre detta appunti alla sua segretaria, nel 1933.

Uno strano reporter, sostenendo di essere un ex insegnante dell’ITIS Divini di San Severino Marche, pensionato nel settembre del 2020, si presenta ad Albany, N.Y., durante le celebrazioni del tricentenario dell’educazione superiore, il 15 ottobre 1936.

I.: “Buon giorno professor Einstein, è un grande onore per me avere la possibilità di registrare le sue opinioni… L’intervistatore rimane con la mano tesa mentre E.,  senza smettere di tirare fumo dalla sua pipa, lo guarda in modo ironico e senza ombra di risentimento gli dice: “Come mai è vestito in quel modo strano e diverso dal mio, mi sta per caso prendendo in giro? In tal caso non credo che la nostra conversazione potrà avere molto successo.

I. Maestro! La rassicuro che non ho alcuna intenzione di offenderla, anzi ho ammirazione per il suo spirito non conformista, che è rimasto un esempio per i posteri.

E. Posteri?

I Sì, vede, il punto è che sono stato mandato in missione a tempo indeterminato dall’anno 2020. Lei conosce il prof. Gödel?

E. “Certamente, l’ho aiutato a sistemarsi al campus di Princeton, due anni fa, ed è intenzionato a stabilirvisi definitivamente, dato che come me è disgustato dal nazismo. Per un attimo ho pensato veramente che lei provenisse dal futuro; invece, visto che non è a conoscenza di questi fatti, lei deve essere semplicemente un tipo strano… - Ora Einstein sembrava essere più ricettivo: “…non c’è niente di male, conosco parecchi soggetti considerati diversi dalla norma, e Kurt è senza dubbio uno di questi.

Cercando di contenere l’imbarazzo, I. replica: “vede Maestro, il professor Gödel diventerà uno dei suoi migliori amici e, in modo del tutto inaspettato, troverà una soluzione alle equazioni della teoria generale che contempla la possibilità di viaggi nel passato; questi avranno diverse applicazioni pratiche dal 2015 in poi ed io ne costituisco una prova vivente. Purtroppo nel mio caso si sono trascurate diverse norme precauzionali secondarie e mi sono ritrovato con questa folta chioma, che non mi apparteneva più da decenni, e accorciato lungo la dimensione z, così da somigliarle vagamente.”

Ora E. guarda il suo interlocutore diritto negli occhi, mentre automaticamente spegne la pipa. I. si aspetta una manifestazione di stupore, invece Einstein afferma perentoriamente: “si tolga le scarpe!”. L’Intervistatore diventa paonazzo, del tutto incapace di contenere l’imbarazzo: “ma… maestro!” “su, coraggio, devo verificare un’ipotesi, forza che non c’è nessuno che la vede”. I. si toglie la scarpa destra, timidamente, ed E.: “cosa fa? Tolga anche l’altra!”; “ma… perché! Preferirei evitare!”; “coraggio, forza, potrà rimetterle subito” Timidamente I. sfila la scarpa, aiutato da un sorriso complice e malizioso di E., il quale fa giusto in tempo a scorgere l’alluce sinistro far capolino dal calzino, mentre I. si ri-infila le scarpe guardandosi intorno.

E.: “ecco vede, lei è anche la dimostrazione vivente del fatto che la tecnologia non segue le conoscenze scientifiche in modo uniforme. Io ho dovuto rinunciare ai calzini, poiché questi si bucano in un tempo intollerabilmente breve. Speravo che almeno in futuro si trovassero dei materiali resistenti che non avrebbero obbligato a cambiare calzini in continuazione. Invece anche per voi, a distanza di 70 anni, la soluzione migliore rimane quella di rinunciare del tutto ai calzini.”

Mentre I. annuisce ammirando dentro di sé la semplicità di questa soluzione, E. si riaccende la pipa e dice: “ma ora veniamo all’educazione, non era questo l’oggetto della sua intervista?”

I.:”Infatti. Da ciò che è stato tramandato ai posteri sappiamo che la sua opinione rispetto ai sistemi educativi che ha incontrato nella sua vita è alquanto severa.”

E.: ”Non sono del tutto esperto del campo della pedagogia, pertanto preferirei conservare il silenzio, se non fosse che non si tratta realmente di un problema scientifico, ma di un confronto di opinioni, derivanti nel mio caso solo da esperienza personale e da privata convinzione.”

I.: ”Bene, quindi possiamo iniziare, poiché sono realmente interessato a conoscere di persona le sue opinioni. Mi è capitato di leggere che quando lei era studente la sua semplice presenza facesse irritare gli insegnanti. È vero? Come lo spiega?

E.: “È proprio così. Un insegnante, di cui non ricordo il nome, giunse ad affermare davanti a tutti che la mia sola presenza alterasse il rispetto della classe nei suoi confronti. In effetti per me era difficile accettare la rigidità di quel tipo di scuola. Anche se sopportavo in silenzio e senza mai sobillare i miei compagni di classe, l’espressione impassibile e ironica del mio viso mirava proprio a comunicare tutto il mio senso di sfida. Ora devo dire che, a distanza di anni, provo compassione per quell’insegnante e gli altri come lui che in effetti sono, o si sentono, costretti dal sistema scolastico a tenere quella condotta rigida. Schopenauer affermava che ”un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole”, perciò la condizione dell’insegnante che recita un copione tradizionale, perché è l’unico che ha sperimentato su di sé e che è in vigore, non è realmente distinta da quella dell’insegnante convinto di seguire l’unica deontologia valida. Questo genere di filosofia mi aiuta a non prendere troppo sul serio me stesso e a riservare allo humor il posto che gli spetta. Aiuterebbe gli insegnanti ad addolcire il senso di responsabilità che li paralizza… a proposito, come siete messi in fatto di educazione nel vostro futuro?

I., adombrandosi: “Preferirei non parlarne, peggio dei calzini… “ Un getto sottile di fumo usciva dalla piccola apertura tra le labbra, formata dal ghigno del Maestro. L’intervistatore, non del tutto rassegnato a dover riconoscere la propria inferiorità nonostante i quasi settant’anni di progresso in più, domanda: “in base alle sue opinioni sembrerebbe molto facile stabilire cosa non va nell’educazione; ma il punto è se la scuola abbia senso di esistere del tutto e in tal caso come dovrebbe funzionare. Un clericale socialista spretato della mia epoca, morto 17 anni fa, sosteneva che l’istruzione, in quanto strumento di controllo in mano al potere, fosse peggio che nulla. Anche lei sostiene che più la scuola si “alleggerisce” e meno peso le si dà e meglio vanno le cose?”

E.: “Non sono d’accordo. La scuola è sempre stato il mezzo più importante per trasmettere da una generazione all’altra i valori della tradizione. Questo è il suo compito oggi ancora più che in passato poiché, per il moderno sviluppo della vita economica, l’unità della famiglia, come sostegno della tradizione e dell’educazione, si è indebolita. La continuazione e la salute della società umana perciò dipendono più di prima dalla scuola.”

I.: “e questo non crea  la necessità di usare proprio quei metodi trasmissivi che lei rifiuta?”

E.:”Sì, se si vuol vedere nella scuola un semplice strumento capace di inculcare nelle giovani generazioni una quantità di cognizioni, la più grande possibile. Ma non è giusto. La conoscenza è morta; eppure la scuola serve alla vita. Essa dovrebbe sviluppare nei giovani quelle doti e capacità che possono servire al benessere della comunità. Ma questo non significa che debba distruggere la personalità individuale e che l’individuo debba diventare uno strumento della comunità, come l’ape o la formica. Sarebbe infatti una misera comunità senza alcun possibile sviluppo quella formata da individui standardizzati, privi di personale originalità e di propri fini.”

I.: “Come fare per raggiungere questo ideale? Dovremo forse cercare di ottenere questo scopo per mezzo della morale?”

E.: “Niente affatto. Le parole sono e rimangono soltanto un suono e la strada alla perdizione è stata sempre accompagnata dal proclamato servizio di un ideale. Ma la personalità di un individuo non è formata da ciò che si vede e si ode, ma bensì dall’attività. Di conseguenza il metodo di educazione più valido è sempre stato quello dal quale lo scolaro si sente spinto a una reale attività. Dietro a ogni conquista esiste uno stimolo, che è alla base di quella, e che a sua volta riceve forza e alimento dal successo dell’impresa. Vi sono tuttavia differenze notevoli, di grandissima importanza per il valore educativo della scuola. Uno stesso lavoro può essere originato dal timore, dalla costrizione, dall’ambizioso desiderio di godere autorità e di farsi notare, come invece da un affettuoso interesse per l’oggetto di studio e dal desiderio di possedere la verità e la conoscenza; e ancora da quella divina curiosità che ogni sano bambino possiede, ma che spesso si affievolisce presto.

I.: “quali sono secondo lei i metodi per privilegiare queste ultime nobili pulsioni all’apprendimento?”

E.: ”Mi sembra che il peggior sistema di una scuola sia soprattutto quello di lavorare applicando i metodi del terrore, della forza e della falsa autorità, poiché tale metodo, mentre distrugge i sani sentimenti dell’allievo, la sincerità e la fiducia in se stesso, ne fa una creatura sottomessa. Tenere la scuola libera da questo che è il peggiore dei pericoli è relativamente facile. Occorre dare in mano all’insegnante il minor numero di mezzi coercitivi cosicché il rispetto dell’allievo verso di lui nasca da solo dalle qualità umane e intellettuali. “

I.: “mi sembra di percepire che lei trascura altre motivazioni all’apprendimento, quali il senso di competizione e l’ambizione, che non sono solo negative.”

E. “Questo è un punto delicato. L’aspirazione a un riconoscimento e a un’alta stima, è fortemente connaturato alla natura umana. L’assenza di un movente spirituale di questo genere renderebbe del tutto impossibile la collaborazione fra gli uomini; il desiderio dell’approvazione e del riconoscimento altrui è un sano impulso, ma è facile che il desiderio di essere stimati migliori, più forti o più intelligenti di un proprio simile o di un compagno di scuola porti a un atteggiamento psicologico estremamente egoistico, che può diventare dannoso per l’individuo e per la comunità. Perciò la scuola e l’insegnante si devono guardare dall’usare il facile metodo di risvegliare l’ambizione individuale per indurre gli allievi a un lavoro diligente.”

I. “lei non pensa che in questo modo la scuola potrebbe mancare di preparare alla vita, dove regna invece l’egoismo?”

E.: “Alcuni hanno tentato di usare la teoria della selezione di Darwin come un incoraggiamento allo spirito di competizione, provando in modo pseudoscientifico, anche a livello sociale, la necessità di una lotta economica distruttiva nella competizione tra individui. Ma questo è errato, perché l’uomo deve la sua forza, nella lotta per l’esistenza, al fatto di essere un animale sociale. Come poco essenziale per la sopravvivenza è la battaglia fra le singole formiche di un formicaio, così lo è per i membri individuali di una comunità umana. Pertanto ci si dovrebbe guardare dal predicare ai giovani, come scopo della vita, il successo nella sua accezione corrente.”

I.: “come intende lei il successo?”

E. : “il valore di un uomo si dovrebbe giudicare da ciò che egli dà e non da ciò che egli riceve. L’impulso più importante al lavoro nella scuola e nella vita è il piacere che si riceve dal lavoro, dai suoi risultati e la conoscenza del valore che questi risultati hanno per la comunità. Nel risvegliare e rafforzare queste forze psicologiche nei giovani io scorgo il compito più importante della scuola, che conduce direttamente alle più alte conquiste della conoscenza e della capacità artistica.”

I.: “Avrebbe degli elementi concreti su cui ancorare queste opinioni, per dare loro una prospettiva di realizzabilità?”

E.: “Ho conosciuto bambini che preferivano le lezioni alle vacanze. Risvegliare le forze psicologiche produttive, partendo dal gioco e dall’infantile desiderio di stima, è certo meno facile che usare la forza o risvegliare l’ambizione personale, ma ha più valore. Queste inclinazioni naturali dei bambini andrebbero indirizzate verso campi importanti per la società. Una tale scuola esige che l’insegnante sia, nella sua attività, quasi un artista.

I.: “Che cosa si può fare, dunque, perché nella scuola si diffonda questo spirito?”

E.: “Non vi è un rimedio universale, proprio come non ne esiste uno per l’individuo perché rimanga sempre sano, sebbene si possano prevedere certe condizioni necessarie. Primo, bisognerebbe che gli insegnanti fossero stati educati in scuole di questo genere. Secondo, all’insegnante dovrebbe essere data am­pia libertà nella scelta delle materie da insegnare e nei metodi di insegnamento da impiegare. Poiché è vero anche per l’insegnante che il piacere di organizzare il proprio lavoro è ucciso dalle pres­sioni esterne.

I.: “Ho seguito attentamente le sue osservazioni su que­sto punto, ma mi meraviglio di una cosa. Ha parlato a lungo dello spirito nel quale, secondo lei, i giovani dovrebbero essere educati, ma non ha ancora detto niente della scelta degli argomenti dell’istruzione, niente del metodo d’insegnamento. Do­vrebbero predominare la letteratura o l’educazione tecnico-scien­tifica?”

E.: ”Ecco la mia risposta: secondo me, la cosa è di secondaria importanza. Se un giovane ha esercitato i muscoli e la resistenza fisica facendo ginnastica e camminando, egli sarà più tardi prepa­rato a ogni lavoro fisico. Lo stesso avviene per l’allenamento della mente e l’esercizio dell’attività mentale e manuale. Non sbagliò quella persona di spirito che così definì l’educazione: « L’educazione è quel che rimane quando abbiamo dimenticato tutto quel che abbia­mo imparato a scuola. » Per questa ragione non sono impaziente di prendere posizione nella lotta fra i difensori della classica edu­cazione filosofico-storica e dell’educazione rivolta soprattutto alle scienze naturali. D’altra parte voglio combattere l’idea che la scuola debba diret­tamente fornire quelle speciali conoscenze e quelle cognizioni di cui l’uomo dovrà più tardi servirsi nella vita. Le esigenze di questa sono troppo multiformi perché sia possibile nella scuola un addestramento così specializzato. Indipendentemente da questo, mi sembra inoltre offensivo trattare l’individuo come uno strumento senza vita. Lo scopo della scuola dovrebbe essere sempre questo: che i giovani, quando l’abbiano lasciata, abbiano acquisito un’armoniosa personalità, non una specializzazione.

I: “Mi perdoni Maestro; prima di essere sped.. ehm, inviato qui nel 1936, ho insegnato in un Istituto Tecnico, dove opinioni di questo tipo non godevano di grande popolarità.”

E.: ”Questo punto è a mio parere vero, in un certo senso, perfino per le scuole tecniche, anche se i suoi studenti si dedicheranno a una professione ben definita.

I.: “Lei assegna indubbiamente una grande importanza, direi priorità, allo sviluppo del libero pensiero e del libero giudizio.”

E.: “Certamente. Tutto ciò è superiore all’acquisizione di una speciale conoscenza. Se una persona è padrona dei principi fondamentali della sua materia e ha imparato a pensare e a lavorare liberamente troverà certo la sua strada e, più di coloro la cui istruzione consiste soprattutto nell’acquisto di una dettagliata conoscenza, sarà in grado di adattarsi al progresso e a cambiamenti.

I.: “Ma lei ritiene gli insegnanti culturalmente attrezzati ad operare questo cambiamento?”

E.: ”Personalmente vedo gli strumenti professionali in mano all’insegnante più come un frutto della libertà di insegnamento che non come una dotazione derivante dalla loro formazione, sulla base della quale potrebbero essere eventualmente selezionati. Questo è un punto per me sterile. Piuttosto parliamo ora degli stipendi degli insegnanti. In una società sana qualsiasi attività utile è compensata in maniera tale da permettere una vita decente. Esercitare una qualsiasi attività che abbia un valore sociale procura personali soddisfazioni; ma queste non possono essere considerate parte dello stipendio. L’insegnante non può usare la soddisfazione personale per riempire lo stomaco dei suoi figli.”

All’improvviso Einstein abbassa distrattamente lo sguardo verso i piedi del suo intervistatore, il quale alza le sopraciglia e, tirando un profondo sospiro, si appresta a concludere l’intervista, giusto in tempo per frenare una lacrima di dolore e rimpianto.

I.: “Posso ritenere conclusa l’intervista. Sono molto soddisfatto ma…

E.: “È stato un vero piacere. Si ricordi di riportare che ciò che le ho riferito in forma un po’ categorica vuol essere solo un’opinione personale, fondata esclusivamente sulla mia esperienza di studente e di insegnante… dica!”.

I.: “volevo confessarle, professore, che c’è un altro motivo per il quale ho cercato di avvicinarmi a lei e, spero, in futuro, al professor  Gödel…” Einstein si solleva, infilando la tabacchiera in tasca, con la chiara intenzione di tornare alle sue cose. “Dica pure..?” I. “ecco, vede, la verità è che alcuni insegnanti, specie se macchiati di inadempienze e episodi di ribellione, raggiunti i limiti di pensione, sono spediti nel passato, in un luogo e anno a loro scelta. In questo modo il nostro governo B5 ha potuto ridurre notevolmente il prelievo fiscale, dal momento che non deve più finanziare né pensioni né buone uscite. Ho usufruito fino all’ultimo dell’opportunità di ritardare l’evento, grazie a un’opzione che ci consente di  lavorare a stipendio dimezzato per altri due anni, una volta superato il minimo pensionabile. Durante  tale periodo ho cercato di studiare la relatività, sperando di trovare soluzioni alle sue equazioni che prevedessero trasferimenti verso il futuro, ma…alla mia età, non è così semplice…Perciò ho scelto di capitare qui, nel luogo e tempo più adatti per…

E.: “Lei ha perso tempo, mio caro, ho già dimostrato che nessuna massa finita, come la sua, può superare la velocità della luce e uscire dal proprio cono spazio-temporale.” Questa volta Einstein si infila la pipa in bocca per liberarsi entrambe le mani, con le quali poter stringere quelle dell’intervistatore…: “Buona fortuna, ragazzo!”